Splendida giornata settembrina, così recita la pressione del franzoso un paio di giorni prima, mentre 3bmeteo propone un sole parzialmente offuscato dalle nuvole. Tutti e due concordano per un peggioramento pomeridiano ma senza pioggia.
Decidiamo di non sprecare uno degli ultimi fine settimana buoni di questa estate e sobbarcarci il viaggio non breve per uscire fuori dal nostro consueto raggio d'azione.
Partenza antelucana per sfruttare la parte migliore della giornata ed evitare il traffico...fino a Misurina! Lì troviamo una coda che non ci aspettavamo alle sette e mezza di un sabato mattina di settembre.
Pensiamo a lavori in corso, una frana, un incidente, è invece la coda per andare alle tre cime di Lavaredo, un bailamme incredibile di macchine in attesa e di persone che parcheggiano lì nei dintorni per prendere le navette o andar su a piedi, un casino.
Per fortuna riusciamo a passare questo per me inesplicabile e contraddittorio appecoronamento e dirigerci verso il lago di Landro.
Parcheggiamo poco dopo in corrispondenza del forte, nessuna indicazione, strano che in Alto Adige non abbiano ancora ristrutturato e sfruttato questo edificio così comodo alla strada.
Da quando siamo partiti il tempo è rimasto nuvoloso, qualcosa sembra aver voglia di aprirsi, non di meno cadono leggerissime gocce.
Noi prendiamo la stradina militare che superato il forte viene interrotta da un paio di ghiaioni franati, di fatto ci ritroviamo appena sopra il forte stesso a seguire una traccia in mezzo al bosco ben battuta ma non segnata.
La traccia ben presto diventa sentierino militare che con mille svolte risale un paretone di mughi, in basso ben tagliata in alto un po' più chiusa.
Superiamo grandi gendarmi di roccia e sbucando dai mughi arriviamo sotto le pareti, in corrispondenza della vecchia stazione di guerra intermedia dove facciamo uno spuntino.
Non siamo immersi nella nebbia e ogni tanto ci scaldiamo con qualche raggio di sole ma la vista e le montagne attorno sono coperte dalle nuvole, peccato perché una delle attrattive di questo giro è proprio il panorama.
Ora inizia la parte più impegnativa, risaliamo le rocce miste ghiaia per raggiungere la traccia che corre appena sotto le pareti, i numerosi ometti ci guidano a superare anche qualche singolo passaggio di secondo su un percorso di base escursionistico.
La traversata prosegue su tratti ben calpestati ogni tanto interrotta da brevi canalini e tratti meno marcati, mentre dove ci si sposta sull'erba fuoriesce la vecchia mulattiera militare.
Raggiungiamo una grande spalla erbosa sotto il Teston di Rudo presidiata dal forte superiore dove probabilmente arrivava la teleferica.
Le nuvole continuano a girarci attorno, ci impediscono la vista sulle montagne circostanti ma non quella sulle pareti che ci circondano.
Una veloce visita ai resti del forte e poi proseguiamo lungo la mulattiera che si dirige in basso verso un ghiaione scavato da qualche canale, il passaggio che da distante ci sembrava franato e di un certo impegno, si rivela semplice e veloce e ci riporta ancora sotto parete.
Questo dovrebbe anche essere il ghiaione che disceso verso il basso porta in val de Rienza, da utilizzare per accorciare il giro e per chi non se la sentisse di proseguire.
La traccia sulle ghiaie diventa ora più flebile, sicuramente meno frequentata tranne dai camosci che a giudicare dalle peste sono appena passati, sicuramente un gruppo numeroso.
Li seguiamo in particolare in un punto franato dove sono passati sotto parete, noi essendo più alti dobbiamo stare un po' più in fuori con qualche difficoltà e raggiungere una crestina da dove la vista si apre su nuove valli secondarie e su una forcella definita da un cucuzzolo che appare essere la nostra nuova meta.
Ancora una volta la traccia è mista, pezzi buoni e pezzi meno buoni, brevi discese per superare canaline franose, punti dove camminare equilibrandosi ma sempre camminando.
Arriviamo alla forcella contraddistinta da una grotta oltre la quale sprofonda un canale, sulla sinistra gli ometti lungo una stretta cengia indicano la prosecuzione.
Scendiamo qualche metro e solo allora ci accorgiamo che una frana ha portato via il passaggio verso la cengia.
Poco più in alto vedo una caverna facilmente raggiungibile da cui forse ci si può calare mentre il mio amico prova a tastare la frana nella speranza di poter scavare delle tacche sulla ghiaia, ma la pendenza è troppo elevata.
Sul bordo della grotta un vecchio fittone sarebbe l'ideale per allestire una calata, peccato si muova. Approfitto perciò di una rete piena di sassi che fa da base al ripiano e faccio passare tra varie maglie il cordino che mi sono portato da utilizzare come corrimano di sicurezza per calarmi sulla cengia sottostante.
Mentre attendo che l'amico si cali anche lui, esploro la cengia in direzione della frana e mi avvedo che un pur misero passaggio è ancora presente, dall'altra parte e dall'alto non era visibile.
Per ora è ancora possibile passare con una certa pericolosità, il bordo poggia sul niente, ancora qualche pioggia e andrà giù tutto.
In futuro meglio portarsi uno spezzone di corda per sicurezza, finché qualche buona anima non allestirà qualcosa di fisso.
Risaliti al pulpito arriviamo in vista della famosa scaletta indicata da tutte le relazioni come punto chiave, la maggior parte delle volte descritta con parole non lusinghiere.
In verità ho trovato il tratto più semplice di quanto indicato, la scaletta veniva descritta come mobile e pericolosa sopra baratri e le foto suggerivano una difficile partenza dall'alto sulla scaletta stessa.
Io invece ho visto una scaletta poggiata su una selletta con alle spalle un roccione dove è stata posata la vecchia scala, quindi con una certa protezione. Inoltre non si parte dall'alto, ma si scende un gradone accanto alla scala per poi spostarsi sui gradini dal lato destro, ci sono appigli sulla roccia per le mani, e per arrivare alla base mancano solo sei gradini.
La prosecuzione è inizialmente su cengia stretta ma ben calpestabile e successivamente l'esposizione non è verticale poiché il canale ha una forma ad imbuto, certo meglio non cadere ma dieci metri più in basso ci sono diverse 'piattaforme' su cui si cadrebbe.
Un pezzo a mio avviso più psicologico che tecnicamente difficile.
Il tratto è breve e subito dopo sbuchiamo in un ulteriore vallone ghiaioso da attraversare verso le antistanti pareti rossastre.
È quasi mezzogiorno, siamo ancora avvolti dalle nuvole, decidiamo quindi di risalire verso un caratteristico pinnacolo sopra di noi, su una spalla che sembra comoda per pranzare, nella speranza che durante la sosta si apra qualche panorama.
Arriviamo alla sella, a terra qualche impronta forse fa il giro della cima, siamo in prossimità della Rudo di Mezzo, non ne conosciamo la normale né vediamo ometti e immersi nelle nuvole mangiamo.
Ogni tanto si apre qualche squarcio in basso, verso i costoni che abbiamo superato in mattinata.
Scendiamo poi non al punto di prima ma traversando sotto parete in direzione della forcella tra la cima di Mezzo e quella Grande incuriositi da strati di roccia multicolore.
Una discontinuità ci obbliga a scendere e a questo punto decidiamo di non andare in forcella ma riprendere il tracciato di prima approfittando di un canalino più stabile rispetto ai ghiaioni del vallone.
Ritorniamo sotto le pareti, questa volta della cima Grande in direzione di un pulpito che si stacca dallo spigolo ed è a questo punto che finalmente le nuvole si alzano e inaspettatamente si apre la vista sulle tre cime di Lavaredo.
Ci spostiamo quindi sul pulpito dove la vista di prima si apre anche sulle montagne circostanti, dai Tre Scarperi, passando per il Paterno, le Tre Cime e infine i Cadini, un panorama superbo.
Il sentiero procede sotto roccia, in corrispondenza degli strati multicolore, adesso che le nuvole si sono alzate ci godiamo la vista sui monti e sulle vallate circostanti, attorno al lago di Misurina luccicano le carrozzerie delle auto parcheggiate, chissà che casino sulle Tre Cime mentre il sentiero che ne fa il giro da questa parte appare vuoto, per non parlare del resto dei sentieri della zona che ci appaiono deserti, le contraddizioni di un turismo da Instagram.
Il sentiero ci porta su un ghiaione sotto una forcella, di fronte un pulpito con un ometto, consultiamo cartina e relazione, per di là si va verso il passo grande dei Rondoi, noi invece risaliamo la ghiaia per la forcella dei Rondoi sopra la solitaria val Bulla.
Sulle rocce sopra di noi fa capolino una scaletta, potrebbe essere la normale per la Croda dei Rondoi.
Cerchiamo su internet una relazione ma quella che troviamo parla di terzo grado e calate obbligatorie, desistiamo, non siamo attrezzati, sarà per un'altra volta.
La discesa per i ghiaioni della Val Bulla si presenta varia, un bel tratto di ghiaino sciabile, poi un tratto più compatto, poi ancora sciata e dove la pendenza cala la ghiaia ingrossa e si stabilizza e ci costringe ad una scomoda camminata.
A tre quarti della discesa ci spostiamo a destra dove ritroviamo le tracce di un sentiero che via via si fanno sempre più marcate, passano in prossimità di mughi e calano sul fondo di un primo pianoro dove resiste un nevaio.
Facciamo un'ultima pausa spuntino, anche per toglierci i sassolini dalle scarpe.
Un grande masso vicino alla traccia da cui proveniamo presenta un bel bollo rosso, il sentiero una volta proseguiva sulla destra, ora invece le relazioni consigliano di spostarsi a sinistra, seguire un sentiero di camosci e approfittare di un canale laterale per ritornare sul canale principale a valle dei franamenti.
Ed è ciò che facciamo, con una certa difficoltà nei tratti immugati e nel canale secondario. Arrivati alla confluenza del principale vediamo arrivare dalla destra un canale molto meno sfasciumoso, ad occhio direi che sarebbe stato meglio proseguire per il vecchio tracciato e scendere per quest'ultimo canale.
La restante discesa si svolge al centro del canale, tra ghiaia e roccioni, tra il comodo e lo scomodo fino ad arrivare in prossimità di un argine di ghiaia artificiale.
Qui prendiamo un sentierino che presto perdiamo, poi ritroviamo una vecchia mulattiera con qualche taglio a traversare e arrivare alla strada del forte, anche qui ad occhio una scelta migliore poteva essere usufruire dell'argine.
Arriviamo alla macchina dopo circa otto ore di camminata, un giro in zone a noi nuove, purtroppo scomode da fare in giornata, una parte delle dolomiti diversa da quella che frequentiamo normalmente ma altrettanto bella, chissà che in futuro ci sia la possibilità di continuare l'esplorazione.
Spero questa relazione possa essere utile a chi cercasse informazioni aggiornate su questo giro, consiglio di scegliere una splendida giornata settembrina per i panorami e per le temperature
