Oggi c'è quel solito tarletto che mi dice che potrei spuntare una cima dalla "lista delle cose da fare", ma manca lo spirito. Serve qualcosa di facile per staccare, ma non di già fatto. Esplorare è bello e scoprire posti nuovi ha sempre il suo fascino, anche se non sono famosi (e se non lo sono, un motivo ci sarà). Così, anche se durante il viaggio mi assale il dubbio se puntare a una meta importante, alla fine prevale il buon senso e la voglia di vedere montagne nuove.
Eccomi al Passo Ciampigotto, al parcheggio del Rifugio Fabbri — ormai ridotto a bar e oggi chiuso. Aprirà mai qualche giorno? Le idee sono vaghe; la prima meta sicura è il Col di Sola, una cimetta erbosa poco sopra di cui ho visto un bel video. Alla partenza un cartello dovrebbe indicare il sentiero in mezzo al prato, ma non lo trovo. L'erba alta e bagnata del mattino mi inzuppa velocemente scarpe e pantaloni; senza tracce visibili, mi sposto sul versante prativo accanto, lungo l'ex pista da sci, seguendone i piloncini fino alla baracca superiore.
Verso il colle

Interno

Poco sopra, un paio di tabelle indicano due direzioni: a sinistra per il colle, a destra verso altre mete. Dopo la cima l'idea è di scendere, prendere il sentiero di destra e decidere man mano dove andare, lasciandomi guidare dall'ispirazione.
Il monte Piova dal sentiero

La traccia è ben calpestata, ma completamente nascosta da erba e cespugli, ovviamente bagnati. Un ulteriore cartello artigianale mi orienta lungo la linea di massima pendenza, conducendomi al primo obiettivo di giornata: la croce del colle.
Sotto la croce, a sinistra il Tudaio

Il colle altro non è che la cima erbosa più alta di una dorsale che scende dal Monte Tudaio di Razzo. La traccia che arriva alla croce sembra proseguire verso l'alto, poi si perde. Incuriosito la seguo e, dove sparisce, mi sposto a destra con l'idea di scendere direttamente al sentiero sottostante senza tornare indietro. Davanti a me scende il costone roccioso della montagna, ma in mezzo noto due tracce: una corre alla mia altezza per poi alzarsi verso delle rocce, l'altra, più in basso e più marcata, sembra attraversare orizzontalmente la parete.
In basso la traccia di camosci

Stuzzicato, decido di andare a vedere: potrebbe essere un percorso da cacciatori.
Scendo l'erto pendio, supero una fascia rocciosa che in basso si trasforma in un canale ghiaioso e arrivo finalmente alla traccia. Nessun ometto, nessun segno; dubito ci passi qualcuno, ma visto che sono qui, tanto vale continuare. Dopo aver attraversato le rocce, giungo sul bordo di un incassato canalone. Sull'altro lato vedo ben marcata una cengia ascendente che permette di superare il fianco sinistro; da questa parte, invece, mi abbasso un po' e trovo una paretina semierbosa che mi permette di scendere.
Oltrepassato il primo ostacolo, la traccia si perde sul successivo pendio erboso. Sotto ci sono salti rocciosi, quindi non mi resta che continuare la traversata salendo. Arrivo infine in vista di una bella forcella, ma purtroppo mi separa da essa un salto verticale di una cinquantina di metri.
Un salto mi separa dalla sella

Continuo a salire tra le rocce verso la cima, cercando di restar sul bordo nella speranza di trovare un punto di discesa: quella sella così vicina è troppo invitante e mi dispiacerebbe tornare indietro proprio ora.
A un certo punto vedo sopra di me una cima con una piccola croce. O questa è la via di salita, oppure ce ne dev'essere un'altra. Tiro fuori il telefono e cerco qualche relazione — non so se quella che vedo sia la cima del Tudaio o un'anticima — ma non trovo nulla.
Spunta una croce

Arrivo alla croce. Un paio di ometti nelle vicinanze mi fanno pensare che ci sia un altro accesso, altrimenti ne avrei trovati altri lungo la mia salita. Certamente si tratta di una cima minore, dato che davanti a me la cresta prosegue verso una quota più alta; forse si arriva proprio da lì.
Scendo dalla croce a una forcellina. Sulla destra c'è un canalino fattibile: non ne vedo l'uscita, ma in qualche modo dovrei cavarmela.
Il canalino di discesa

In realtà si rivela facile, a parte il rischio di tirarsi addosso qualche pietra; è evidentemente poco frequentato. Dal canalino esco in un gran canale dove in basso vedo un paio di ometti: è la normale del monte. Dalla cartina sarei a una settantina di metri dalla vetta, ma non mi attira: la vista non sarebbe molto diversa da quella della croce e la mia testa è già proiettata alla cima di fronte.
Il Tiarfin e in basso gli ometti

Intanto inizio a sentire strani guaiti. Mi fermo qualche minuto in ascolto, senza capire che animale possa essere. Sembra il pianto di un cucciolo di cane. Guardo la crestina davanti a me, ma non vedo niente; provo a immaginare se possa essere il cucciolo di un lupo o di un orso... Poi sento una roccia cadere poco distante e l'unica cosa che mi viene in mente sono i camosci. Ma i cuccioli di camoscio piangono come cagnolini?! Boh, non riesco a darmi una risposta.
Comunque la prossima meta è decisa: il Monte Piova, proprio qui di fronte, che però da questa parte oppone una parete rocciosa. Mi abbasso alla sella tendendo l'orecchio e vado verso la direzione da cui provenivano i guaiti, ma ormai non sento più nulla. La valle alle mie spalle ha un aspetto paradisiaco.
La valle

Il canalone erboso di discesa del Tudaio

L'idea è sicuramente di tornare indietro dopo la cima, quindi escludo di esplorare verso il successivo Col Rosolo (di cui avevo visto un video), perché sarebbe troppo distante.
Col Rosolo salendo la spalla del Piova

Il Tudaio e l'erboso Col di Sola, si intuisce la traversata

Scendo e traverso il fianco del Monte Piova, per poi risalire alla base della sua costola ovest, prevalentemente erbosa. Per fortuna da qui l'erba si fa più bassa, dato che finora l'avevo trovata alta e bagnata. Salgo lungo la costola fino a un pulpito da cui si vede la cima e si apre la vista su un gran catino. Sulle ghiaie corrono evidenti tracce di camosci: chissà se permettono di scendere dall'altra parte?
La cima e il suo cadin

Mentre riposo e scatto qualche foto, un branco di camosci parte dalla cima, scende sulle ghiaie, le attraversa e si dirige verso lo spallone erboso più a sud. Uno spettacolo magnifico: saranno almeno una trentina, per la maggior parte madri con i piccoli. La loro fuga provoca continue scariche di sassi; dove le madri salgono sulle rocce, i piccoli le seguono con qualche incertezza e titubanza. La cima così caratteristica e il branco di camosci mi hanno già riempito la giornata: solo questo valeva il viaggio.
Camosci

Il branco scompare dalla vista e io proseguo l'ascesa lungo il crinale, ora un po' più esposto ma sempre facile, finché arrivo in cima, dove mi aspetta un'inusuale cassetta portalibretto.
Dal Piova, il Tudaio e il Tiarfin

Cassetta antiscasso

Alzo il sasso che la blocca sperando di trovarne la chiave, ma niente. Guardo in giro, pensavo il vento l'avesse spostata, ma possibile che chi ha portato la cassetta non abbia pensato di legare la chiave alla maniglia?! Non trovando nulla, tiro fuori il mio mazzo di chiavi. Una entra pure; inizialmente non gira, ma dopo qualche tentativo gira! La cassetta, però, non si apre comunque. Possibile? Tiro il coperchio un po' più forte ed ecco fatto. Che banalità: bastava tirare! Chi ha portato la cassetta ha semplicemente tolto la barra di chiusura e piegato leggermente i bordi per incastrare il coperchio ed evitare che si aprisse accidentalmente. Per fortuna nella vita non ho fatto lo scassinatore di casseforti!
E per fortuna ho insistito: nel libretto di vetta si parla di salite dallo spallone sud-est e da sud, quindi posso tentare una via di discesa alternativa.
Cresta sudest

Mi avvio lungo la cresta sud-est; a un primo intaglio vedo sulla mia sinistra un bel pendio erboso. È difficile valutare dall'alto se ci siano salti rocciosi, ma mi sembra fattibile.
Prati di discesa

L'idea è scendere e intercettare il sentiero CAI che corre più in basso e porta verso il Rifugio Casera Tartoi, per poi risalire verso la valle sotto il Tudaio completando il giro del Monte Piova.
La discesa non presenta problemi, pendenza a parte. I prati sono pieni di splendide stelle alpine in piena fioritura. Arrivo al sentiero e al successivo incrocio, dove incontro un gruppo di ragazzini stranieri accompagnati da un adulto: sono i primi esseri umani della giornata. Chissà se ad agosto c'è più gente?
Il rifugio

Prendo il sentiero di salita; comincio ad avere fame e non vedo l'ora di trovare un bel posto dove mangiare. Poco sopra incrocio anche una signora in solitaria. È fuori sentiero: io non la vedo né la sento e lei non vede né sente me fino all'ultimo. Ci spaventiamo a vicenda. Secondo umano del giorno.
Il Tiarfin salendo

Risalgo fino ai bordi della valletta sotto il Tudaio, dove ritrovo il sentiero che la attraversa. Continuo la risalita, ora più blanda; alla mia sinistra si allunga la cresta del Tudaio, alla destra quella del Tiarfin.
Il Piova risalendo la valletta

Finalmente trovo un posto comodo: erba bassa e roccia. Mi sposto fuori sentiero per stare tranquillo e trovo persino una borraccia d'acciaio, di quelle moderne colorate a forma di bottiglia, dimenticata da qualcuno durante una pausa.
Mentre mangio studio la cartina: un paio di tracce portano sulle due anticime opposte del Tiarfin. Io sono proprio sotto il canalone che porta a quella ovest, il Crodon di Tiarfin Cima Ovest.
Il canalone di risalita

Mi concedo la mia bella pausa con tanto di pisolino ed elioterapia. Le nuvole per fortuna coprono il sole, ma ogni tanto, quando esce, scotta parecchio. Riesco anche ad asciugare le scarpe per la prima volta in giornata.
Dopo la pausa parto e vado su per il canalone, dritto per dritto. In prossimità della cresta tra il Crodon e il Monte Tiarfin decido che quest'ultimo è più interessante (il sentiero non è segnato sulla mappa).
Il Crodon salendo al Tiarfin

Il canalone, sullo sfondo le Terze e la possibile cengia Manuela

Le roccette mi sembrano fattibili, quindi mi sposto a destra, dove trovo subito un ometto: la salita da questa parte è possibile. Gli ometti seguono una cengia ascendente e portano a un forcellino di cresta da cui si passa sull'altro versante. La cima è lì a pochi metri.
Quando ci arrivo, però, nonostante la cartina digitale mi confermi di essere in vetta, la realtà è un'altra: davanti a me c'è una cima un po' più alta con un grande ometto, e in mezzo una crestina delicata, forse con qualche passo di secondo grado.
La finta cima sulla destra, la vera sulla sinistra evidente

Mi accontento di questa. La cresta sarebbe anche interessante, ma la testa ha già tirato il freno a mano: non ho voglia di rischiare. C'è stanchezza e queste sono le situazioni in cui ci si fa male perché è venuta meno la concentrazione.
Scendo velocemente verso la base. Sul ghiaione trovo una traccia ben marcata (da sotto non si vedeva, ma era segnata in cartina) che con un po' di saliscendi mi porta alla forcella in testata alla valle.
La cresta del Tudaio

Da qui una discesa ripida mi accompagna nei pressi di Casera Razzo, da dove ritorno alla macchina con un paio di chilometri su asfalto.
Cartina del giro

Mentre cammino sulla strada, tranquillo in defaticamento, mi si affianca una motociclista che spegne la moto. Penso voglia chiedermi un'informazione e invece mi chiede semplicemente se va tutto bene. Le rispondo di sì e lei riparte... Ma mi rimane il dubbio: avrò mica l'aspetto di uno che si è perso?
Epilogo: Bei posti, adatti anche alle famiglie o a chi cerca sentieri semplici, viste molto belle, romantiche e dolomitiche, poca gente e tanta tranquillità. Una costante che mi sembra accomuni tutta la montagna compresa tra Santo Stefano e Forni di Sopra.